I problemi nella nostra società sono tanti. Si parla di differenze di genere, di inclusione, di fuga dei cervelli dall’Italia. Si parla di tante cose belle e condivisibili, e spesso lo si fa per raccogliere consensi più che per fare davvero qualcosa. È un’operazione di facciata. Puro teatro. Così come fanno le aziende che nominano un Chief Innovation Officer per dimostrare agli azionisti di essere innovativi, ma stanno solo cementando le loro gerarchie. Si chiama Innovation Theatre, puro teatro. Per le disuguaglianze di genere, per l’inclusione, per la sostenibilità e per tanto altro, il più delle volte si fa puro teatro.
Perché il punto vero è un altro. Se veramente la società valorizzasse le competenze e premiasse il merito, uomini e donne sarebbero ugualmente rappresentati in tutte le gerarchie del potere; perché tutte le statistiche mostrano che le donne sono meritevoli e competenti tanto quanto gli uomini. Quindi risolvere il problema del merito risolve automaticamente anche quello del genere, e lo fa molto meglio di tutti gli artifici che vengono creati sempre e inevitabilmente da una classe dirigente capace di qualsiasi acrobazia pur di autolegittimarsi e rimanere al potere.
Recentemente, con mia sorpresa, ho visto questa stessa posizione supportata da un libro, Why Do So Many Incompetent Men Become Leaders? (And How to Fix It) di Tomas Chamorro-Premuzic, ripreso da un articolo di McKinzey&Comany.
Va da sé che promuovere il merito significa automaticamente far sì che uomini e donne a parità di ruolo abbiano pari stipendio, per esempio, e significa anche abbattere tutte le barriere che possono essere d’ostacolo, dalla maternità alle disabilità, alle differenze sociali d’origine e tanto altro. Ma quella è la via, e lo dice la Costituzione: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
D’altra parte converrebbe a tutti, se è vero che il migliore investimento è quello nel capitale umano, nel talento.
Se veramente le competenze, il merito e il talento fossero valorizzati e premiati, le disuguaglianze di genere sarebbero risolte, così come la fuga dei cervelli, l’inconsistenza della classe politica e dirigente, e tanto altro. Finalmente le scuole e i servizi pubblici potrebbero funzionare, la ricchezza aumenterebbe per tutti, le differenze diminuirebbero e aumenterebbe la felicità, perché ciascuno svilupperebbe il proprio talento. Gli scienziati guadagnerebbero più dei calciatori, i filosofi più delle veline, i politici farebbero gli interessi dei cittadini, l’innovazione non sarebbe un’operazione di facciata e l’Italia tornerebbe a brillare come un faro. Non è un sogno, è una scelta. E ciascuno di noi può fare qualcosa; con la consapevolezza che la strada è tutta in salita, ostacolata sul nascere da una classe dirigente che ha in mano gran parte delle risorse e che non si rinnova; perché ha fatto suo fin dentro al midollo il vecchio insegnamento, “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. E siamo punto e daccapo.
Link e approfondimenti
• Un articolo di Emma Gatti su Spacewatch.global, in occasione della conferenza IAC2024, in cui l’autrice denuncia la retorica del genio italiano e molti altri difetti del nostro sistema. C’è da dire che, nonostante le critiche siano fondate, a parere di chi scrive la conferenza nel complesso è riuscita bene.
• Il libro Why Do So Many Incompetent Men Become Leaders? (And How to Fix It) di Tomas Chamorro-Premuzic, ripreso da un articolo di McKinzey&Comany.
• Un altro di McKinzey&Comany sull’imporanza del talento per la crescita delle aziende: Achieving hypergrowth: it’s all about people.
• L’articolo “Why Companies Do ‘Innovation Theater’ Instead of Actual Innovation“, su Harvard Business Review.


